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Marco Villani
Dei molti libri sulla musica, “Una storia dilettevole della musica (insulti, ingiurie, contumelie e altri divertimenti)” di Guido Zaccagnini (Roma, 1952 – 2022), Marsilio editore, Venezia, 2022, è interessante perché aggiunge alcuni particolari non raccontati nelle innumerevoli storie della musica più o meno autorevoli pubblicate nell’ultimo secolo.
Vizi e virtù di molti grandi compositori del passato: trenta storie interessanti e spesso divertenti che svelano il volto umano di personalità spesso idealizzate.
Il tutto preceduto da una introduzione avvincente che conferma l’assoluta devozione dell’autore alla musica.
Accanto alle vicende biografiche, questo libro fornisce anche un contributo per chiarire alcuni aspetti tecnici e teorici legati ai vari contesti che hanno determinato l’affermarsi di leggende o il declino di forme e correnti musicali.
Uno sguardo al di là della musica non sempre raccontato e per questo spesso sconosciuto anche dagli addetti ai lavori.
Una raccolta di spaccati di vita dei grandi compositori che Zaccagnini (come lui stesso racconta nell’introduzione) ha messo insieme avendo per molti decenni spulciato le varie biografie pubblicate da altri studiosi.
Un tocco di umanità che potrà, forse, farceli sentire più vicini e magari farceli amare di più.
Io stesso, devo dire,
ho conosciuto questo scritto ascoltando casualmente un programma su RAI Radio 3 dedicato alla memoria dell’autore scomparso da non molto.
Esiste anche una versione comoda da utilizzare durante gli spostamenti o per chi fatica a tenere gli occhi aperti a letto prima di addormentarsi: Audiolibro, RAI Play Sound, podcast del programma “Ad alta voce” sempre di Radio 3.
Supporto comodo e intelligente per portarsi avanti col libro se impossibilitati a leggere al momento.
Sono sicuro che vi piacerà
Buona lettura!

Il giuoco delle perle di vetro
di Hermann Hesse
“Giocare alle perle di vetro significa fare musica (…).
La musica perfetta ha una sua causa: essa nasce dall’equilibrio.
L’equilibrio nasce dal giusto, il giusto dal senso del mondo”.
(Hermann Hesse, Il giuoco delle perle di vetro, 1943)
Si tratta dell’ultima opera di Hermann Hesse, a cui lo scrittore diede inizio nel 1931 per poi vederne la stampa soltanto dodici anni dopo, nel 1943 (la prima edizione italiana risale invece al 1945): l’intenzione dell’autore era quella di scrivere il proprio capolavoro, l’opera che costituisse l’apice di una sfolgorante carriera e che fungesse da testamento spirituale dello scrittore tedesco, a cui venne conferito il premio Nobel per la letteratura tre anni dopo, nel 1946.
Il giuoco delle perle di vetro è un romanzo che si colloca a pieno titolo nel genere utopistico/distopico: ambientato in un tempo futuro non meglio precisato, è narrato dalla prospettiva di un narratore onnisciente esterno alle vicende, uno storico di cui non si chiarisce l’identità e che, nell’introdurre il proprio racconto, inserisce solo vaghi riferimenti al mondo attuale, rappresentato come un tempo ormai passato e decadente, una sorta di Medioevo dell’umanità. Il romanzo narra di una società per molti aspetti differente rispetto a quella contemporanea all’autore, una società che ha compiuto numerosi progressi soprattutto sotto il profilo intellettuale, culturale e spirituale. In particolare, nella regione di Castalia (luogo di invenzione di cui non viene specificata nei dettagli la collocazione geografica) è presente un ordine costituito da soli intellettuali, ordine dalle rigidissime regole di accesso e permanenza; la regione è governata dall’Autorità Pedagogica, che si impone con la propria egemonia culturale e spirituale al fine di evitare che la popolazione cada nella decadenza e negli eccessi di violenza che da sempre hanno caratterizzato la storia degli esseri umani, almeno sino a quel momento. Lo Stato finanzia volentieri fin dall’inizio i dispendiosi progetti dell’Autorità Pedagogica, considerandoli un investimento per il futuro del Paese ma, nel tempo, si vede come il mantenimento degli intellettuali di Castalia stia risultando sempre più un peso, e come questo gruppo di persone stia diventando sempre più un’élite chiusa in se stessa e totalmente distaccata dalle vicende del mondo, risultando poco utile in fin dei conti al progresso del Paese, proprio per questa attitudine a non mescolarsi con il mondo.
È su questa scia che si inseriscono le vicende di vita del protagonista, Joseph Knecht (in tedesco, “servo”), che lo storico narratore ha l’obiettivo di raccontare tramite questo corposo e impegnativo romanzo. Orfano di entrambi i genitori, da bambino manifesta precoce sensibilità e doti intellettuali che non passano inosservate all’attento Maestro di Musica, che lo indirizza verso la vita monacale in Castalia, in cui viene ammesso abbastanza facilmente.
Manifestando grandi doti fin da giovane, per Knecht si apre la via all’ammissione nell’élite intellettuale che si occupa del gioco delle perle di vetro, pratica che dà il titolo al romanzo. Per il lettore può risultare complicato comprendere i meccanismi di tale gioco, il che è del tutto normale, considerando che l’autore fa sì che non vengano mai spiegati fino in fondo: si tratta di una pratica intellettuale sviluppatasi dapprima come semplice intrattenimento tra gli studenti, divenuta poi negli anni il cuore pulsante delle elucubrazioni dei membri di Castalia. Il gioco contiene in sé numerose implicazioni filosofiche, ed è basato sull’ars combinatoria: lo scopo è quello di stabilire relazioni tra oggetti anche molto lontani tra loro in un contesto di interdisciplinarità, che faccia sì che i vari rami del sapere umano possano convergere in un’unica conoscenza che li comprenda tutti. Hesse fa riferimento a varie teorie filosofiche, come quelle di Leibnitz sul calcolo universale della conoscenza o quelle dei pitagorici che prevedono che il numero sia alla base di tutto, ad esempio della musica; altre teorie filosofiche a cui si fa cenno nel romanzo sono il platonismo, il neoplatonismo e la filosofia scolastica.
All’interno della formazione degli intellettuali, e del gioco delle perle di vetro, la musica ricopre un ruolo molto importante: uno dei principali esempi citati di associazione tra oggetti distanti è quello di una formula matematica che viene messa in relazione con un concerto di Johan Sebastian Bach. Riferimenti al grande compositore e didatta tedesco compaiono diverse volte nel romanzo, e in generale si focalizza molto l’attenzione sull’apprendimento musicale degli intellettuali, elemento che viene sottolineato anche dal ruolo centrale ricoperto dal Maestro di Musica per il futuro professionale di Knecht. La musica presa in considerazione nel romanzo è sempre quella classica, in particolare antica, di epoca preromantica: non viene considerato tanto l’aspetto emozionale o interpretativo di questa arte, quanto piuttosto quello matematico, di simmetria e di ricerca del perfetto equilibrio estetico e razionale (proprio per questo motivo si pone particolare accento sulla musica di Bach); ciò che viene dopo cronologicamente nella storia della musica, ciò dal Romanticismo in avanti, non viene né esaltato né sminuito dall’autore, semplicemente non ne viene fatto cenno all’interno della narrazione.
La vita di Knecht sembra procedere regolarmente e in salita, con una serie di successi che lo portano a ricoprire, già in giovane età, l’incarico più prestigioso a cui si potesse ambire in Castalia, quello di Magister Ludi: tale autorità si occupa di regolare dall’alto il gioco delle perle di vetro, oltre ad avere il fondamentale compito di propugnare presso le autorità statali l’utilità dell’Ordine di intellettuali di Castalia e il contributo fondamentale alla società, cosa che in quel periodo iniziava ad essere messa in dubbio, ponendo a rischio l’esistenza stessa dell’Ordine. È a questo punto del romanzo che inizia la crisi delle convinzioni del protagonista, alimentata anche dai discorsi con il suo vecchio compagno di studi Plinio De Signori, che non diventa un monaco di Castalia ma che preferisce utilizzare le conoscenze lì acquisite per meglio vivere nel mondo esterno. Sopraffatto dalle riflessioni sullo scopo della propria esistenza e dalle crescenti responsabilità che il ruolo di Magister Ludi gli impone, Knecht decide di abdicare e di abbandonare la Castalia per continuare la propria vita nel mondo esterno, decisione che non ha precedenti nella storia dell’Ordine.
È proprio presso il vecchio compagno De Signori che Knecht prosegue il proprio percorso di vita, diventando il precettore del giovane e ribelle figlio dell’amico, Tito De Signori. È interessante notare come Knecht, che fin da giovanissimo aveva sempre vissuto nella prigione dorata della Castalia, si trovi disorientato nell’affrontare la vita nel mondo reale e concreto al di fuori dell’élite intellettuale, con cui si era sempre rapportato. Le iniziali difficoltà nell’instaurare un rapporto proficuo con Tito si sciolgono a poco a poco, e il ragazzo riesce a instaurare un rapporto di fiducia con il proprio maestro, che sembra essere utili a entrambi per diversi motivi.
A questo punto il romanzo giunge inaspettatamente a una tragica conclusione: una mattina soleggiata ma fredda, Tito si tuffa in un lago per fare un bagno e invita anche il maestro Knecht a prendervi parte; egli, ormai cambiato e più pronto a vivere la vita che non aveva mai vissuto davvero fino a che si era trovato in Castalia, accetta di buon grado, ma avviene l’imprevisto: viene infatti colto da un malore improvviso che lo porta a non riuscire più a risalire dall’acqua, morendo annegato.
Il gioco delle perle di vetro può essere considerato un bildungsroman, cioè un romanzo di formazione (come Siddhartha, sempre di Hermann Hesse): durante tutta la narrazione è presente una critica velata all’autorità che, per quanto si ponga come obiettivo un miglioramento dell’umanità e un progresso della conoscenza a vantaggio di tutti, è pur sempre un sistema che reprime le emozioni e gli impulsi vitali dei singoli, poiché in Castalia ciò che conta non è mai l’individualità, ma sempre e solo la dimensione collettiva. Inoltre, Knecht si pone un fondamentale interrogativo (che viene posto anche ai lettori), che lo porta ad abdicare: dedicandosi esclusivamente alla teoria e all’elemento spirituale, non c’è il rischio di perdere il contatto con la realtà?
La presa di consapevolezza del protagonista su questi punti lo porta a cercare di vivere una nuova dimensione, più vera e più calata nella realtà degli esseri umani al di fuori dall’élite, contravvenendo a quella che era stata la sua vita fino a quel momento e a quanto gli era da sempre stato insegnato. Knecht compie un lento percorso verso consapevolezza di sé, individualità e verità, ma non si trova pronto ad affrontarlo e termina in modo tragico; ciò che di significativo poteva avvenire nella vita del protagonista si conclude proprio quando egli ha finalmente acquisito un’adeguata consapevolezza.
Oltre al libro che consigliamo vivamente,
segnaliamo la suggestiva lettura di Daniela Di Gusto nel programma “AD ALTA VOCE” – RADIO RADIO 3
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Sonata a Kreutzer
di Lev Tolstoj:
un appassionato racconto tra musica, amore e morte
a cura di Michela Conti
“Eseguirono la Sonata a Kreutzer di Beethoven.
Lo conosce lei il primo tempo, il presto iniziale, lo conosce?
Oh, è qualcosa di terribile quella Sonata! E specialmente quel tempo iniziale (…).
Ma che cos’è poi? Io non lo capisco. Cos’è la musica?
Che effetto ha su di noi? E perché ha l’effetto che ha?
Essa non ha l’effetto di elevare l’animo, e nemmeno di abbatterlo, bensì quello di eccitarlo;
sotto l’influenza della musica mi sembra di sentire ciò che in realtà non sento,
di capire ciò che non capisco, di poter fare cose che in realtà non posso fare.”
[Lev Tolstoj, Sonata a Kreutzer, 1889]
Si tratta di una delle citazioni più iconiche tratta dal romanzo breve Sonata a Kreutzer di Lev Tolstoj (1828-1910), pubblicato nel 1889, estrapolata dal punto di maggior tensione della vicenda.
La narrazione si svolge in un tempo piuttosto breve, corrispondente alla durata di un viaggio in treno attraverso la steppa che ben caratterizza l’ambientazione russa: all’ interno di uno dei vagoni ha luogo una conversazione riguardante tematiche amorose, si discute su cosa si intenda per vero amore, fedele dedizione, e su quali siano le gioie e gli inganni causati dall’amore stesso.
Uno dei presenti sulla carrozza, tale Vasja Pozdnyšev, è il protagonista del romanzo: ad un certo punto del viaggio rimane solo nel vagone con un uomo del quale non viene rivelato nulla al lettore, e che è il narratore onnisciente della vicenda stessa.
Pozdnyšev inizia a questo punto a narrargli la propria storia, in prima persona e sottoforma di lungo flashback, che costituisce la parte più cospicua del romanzo. Prendendo spunto dalle tematiche amorose della conversazione avvenuta in precedenza con gli altri passeggeri, egli racconta di come abbia conosciuto la propria fidanzata, divenuta in seguito consorte, e di come il rapporto tra i due sia sbocciato in fretta in un vortice di gioie ed entusiasmo, per poi sfiorire altrettanto in fretta fiaccato dalla routine della vita matrimoniale, dalle abitudini e dalla derivante noia, dalle preoccupazioni e insofferenze nei confronti dei figli, dallo svilimento della passione iniziale e, soprattutto, dallo svelamento delle reali personalità e difetti di ciascuno dei due.
Tale racconto introspettivo, con il quale Pozdnyšev espone le proprie convinzioni sul concetto di amore e di vita di coppia, culmina nell’episodio che porta il protagonista a trasformarsi infine in uxoricida: la moglie, musicista amatoriale che spesso si diletta nel suonare il pianoforte, viene dal marito stesso presentata a un violinista professionista, Truchačevskij, che inizia gradualmente a frequentare la casa dei due a scopo didattico e di intrattenimento, così da permettere alla donna di esercitarsi in duetti con crescente livello di difficoltà e da offrire piccoli saggi musicali per allietare le serate borghesi della coppia.
La gelosia patologica di Pozdnyšev viene messa a dura prova dalla presenza del musicista, nonostante sia stato egli stesso a presentarlo alla moglie. I suoi dubbi paranoici vengono alimentati da ogni piccolo dettaglio, fino ad arrivare ad un punto di altissima tensione: una sera i due eseguono il primo movimento, il presto, della Sonata per pianoforte e violino n.9, detta “a Kreutzer”, composta da Ludwig Van Beethoven nel 1803 e pubblicata nel 1805.
L’autore, in tale testo, fa corrispondere la passione espressa dall’esecuzione musicale alla passione che, secondo la visione distorta del protagonista, si scatenerebbe tra i due presunti amanti, conferendo alla musica caratteristiche minacciose, di forza incontrollabile, quasi demoniaca.
La citazione riportata inizialmente è tratta proprio da questo punto del romanzo, il punto di non ritorno che provoca il tragico rivolgimento degli eventi e la successiva furia omicida di Pozdnyšev: egli, fuori da ogni logica, è sempre maggiormente convinto del tradimento della moglie con il violinista, soprattutto dopo che ascolta il duetto beethoveniano eseguito dai due e vede in quel momento una sintonia che, a detta sua, va ben al di là del discorso prettamente musicale.
Una sera, dopo essere rincasato molto tardi, il protagonista trova la moglie e il musicista seduti a tavola soli a cena, e a quel punto si convince definitivamente che le proprie ipotesi siano corrette: in uno scatto d’ira uccide la moglie, dopo che il violinista è fuggito terrorizzato.
Nel momento in cui Pozdnyšev racconta la propria vicenda al passeggero sconosciuto nel treno, ha già terminato di scontare la pena comminatagli per l’omicidio della moglie; alla fine del racconto chiede perdono all’ascoltatore, cercando (forse invano) una via verso la redenzione.
La stesura di Sonata a Kreutzer si colloca in un periodo della vita di Tolstoj successivo alla sua conversione verso una vita pura e spirituale, di ispirazione evangelica e permeata da valori di rispetto e castità: solo la dimensione divina può contribuire a elevare l’animo umano e non l’amore terreno, che infine si riduce a una mera passione carnale, il cui afflato è effimero e può portare anche a conseguenze violente e scabrose, come avviene al protagonista del romanzo.
Inizialmente tale opera fu accolta con una certa freddezza, e pare che la moglie di Tolstoj, Sof’ja, dovette intervenire grazie alle proprie conoscenze per riuscire a far apporre al testo il sigillo di Alessandro III.
Attualizzando la lettura di tale testo è importante prendere le distanze dal pensiero e dal comportamento del protagonista: per il lettore odierno non deve aver alcuna importanza sapere se i sospetti di Pozdnyšev siano fondati o meno, poiché il suo modo di pensare e agire sono del tutto condannabili a prescindere da ciò.
Si tratta di una lettura molto interessante per coloro che vogliano avvicinarsi alla letteratura russa approcciandosi da principio a un romanzo breve, e ovviamente anche per gli appassionati di musica che sicuramente si trovano coinvolti da molti discorsi che l’autore opera a riguardo.
È inoltre un testo da tenere presente per il rapporto amoroso malato di cui parla, considerando che purtroppo si tratta di una tematica ad oggi ancora molto attuale.